La svolta tedesca e le follie USA riporteranno il Regno Unito nell’Unione?
Il ritorno di Londra a fianco dei 27
Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 27 febbraio 2025
Come spesso capita nei paesi democratici, i risultati elettorali e le loro conseguenze possono andare in direzioni diverse. In Germania le urne hanno decretato un progresso dell’estrema destra, con un risultato non certo entusiasmante per i due partiti tradizionali che hanno a lungo governato il paese.
I socialisti hanno infatti toccato il loro minimo storico e i popolari, pur avendo vinto, lo hanno sfiorato. Eppure saranno loro a formare il nuovo governo, senza bisogno dell’appoggio di altri partiti.
La Germania sarà quindi governata dalla coalizione più omogenea possibile e con il governo più solido e più filo-europeo possibile.
E’ vero che tra i due partiti vi sono stati scontri violentissimi anche nel recente passato, ma la differenze sono certo minori rispetto a quelle della precedente coalizione nella quale due dei tre partiti che la componevano non andavano d’accordo su nulla.
Certo le difficoltà nel costruire una nuova politica non mancheranno, a cominciare dalla necessità di abrogare la norma costituzionale che proibisce il deficit del bilancio pubblico. Questo deficit è però necessario per fare riprendere alla Germania il cammino della ripresa e le finanze tedesche sono talmente robuste da sopportare agevolmente un aggravamento della spesa pubblica.
Su questo tema, in passato, le posizioni dei due partiti erano diametralmente opposte e il futuro cancelliere Merz si era ripetutamente schierato a favore dell’assoluta severità fiscale. Ora, mentre si appresta a governare, l’esigenza di fare rapidamente uscire il governo dalla crisi lo sta spingendo verso una politica meno rigida.
Su questo e su tanti altri temi, il nuovo governo tedesco parte però avvantaggiato dal radicale cambiamento americano che obbliga a costruire una politica nuova grazie alla quale è più facile dimenticare le vecchie differenze e trovare nuove convergenze. Così ha fatto Merz fin dalle sue prime dichiarazioni nelle quali, abbandonando la sua lunga e nota amicizia con i repubblicani americani, ha più volte ribadito la necessità di rafforzare la coesione europea in modo da renderci indipendenti nei confronti degli Stati Uniti.
Le incredibili incursioni nella politica interna tedesca, a favore del partito di estrema destra, lo hanno obbligato a prese di posizione che Merz non avrebbe mai assunto in passato. Naturalmente, nemmeno la Germania può da sola avere un ruolo nella politica internazionale e, certamente, non lo può avere senza una stretta alleanza con la Francia con cui il precedente governo non ha mai avuto forti slanci di amicizia.
Il nuovo quadro politico permette invece di ripristinare questo rapporto in cui la Francia ottiene una politica economica meno severa e può aprire, a sua volta, una collaborazione con la Germania nel sacro recinto dell’armamento nucleare. Non è ancora sul tavolo l’ipotesi di una politica nucleare europea, ma si apre la prospettiva che l’Unione cominci a mettere in atto le azioni necessarie perché l’indipendenza di cui insistentemente parla il futuro cancelliere tedesco possa diventare una realtà concreta.
Ed è di estremo interesse constatare che il dialogo in materia si sta estendendo alla Gran Bretagna che, finalmente, comincia a prendere atto che la Brexit, oltre ad avere creato tanti problemi, non ha portato l’atteso vantaggio di un trattamento di particolare favore da parte degli Stati Uniti.
Gli attacchi forsennati di Trump all’Europa, trattata con una maggiore durezza non solo rispetto al nuovo alleato russo, ma anche nei confronti del suo arcinemico cinese, non stanno ancora portando alla costruzione di una nuova Unione, ma stanno almeno obbligando a prendere in esame ipotesi che, solo poche settimane fa, erano impensabili.
Naturalmente siamo all’inizio di un processo in cui i singoli paesi pensano ancora di potere fare paura a Donald Trump convocando improbabili e impreparate riunioni di alcuni governanti europei in plateale disaccordo fra di loro. O inventano solitari viaggi a Washington, come se la politica di Trump non si fondasse esclusivamente sui rapporti di forza.
Eppure di questo abbiamo avuto una ripetuta evidenza anche nel caso della guerra di Ucraina, riguardo alla quale il dialogo è solamente con Putin.
L’Europa è stata esclusa da ogni forma di trattativa ed è stata solo chiamata in causa perché si prenda carico del costo della futura ricostruzione del paese, riservando agli Stati Uniti almeno una parte dei proventi delle terre rare prodotte dai giacimenti ucraini. Alla Russia sono quindi destinate le terre ucraine conquistate, agli Stati Uniti le terre rare e all’Europa il pagamento del conto finale.
Se non fosse in gioco l’interesse per l’esportazione di gas americano in Europa, Trump non avrebbe nessuna esitazione a cercare nuovi proventi ripristinando il pieno funzionamento dei gasdotti che portavano il metano russo in Europa attraverso l’Ucraina.
E’ ancora una fase troppo iniziale per potere concludere che le follie americane e le elezioni tedesche abbiano aperto nuove prospettive al necessario rinnovamento della politica europea.
Tuttavia qualcosa si muove verso una più stretta collaborazione e un rinnovato rapporto con la Gran Bretagna, che si spinge perfino a ospitare a Londra una riunione tra i governanti dei principali paesi europei.
Per quanto riguarda la Gran Bretagna, quando fu decisa la Brexit, avevo scommesso che il paese sarebbe rientrato nell’Unione entro venti anni.
Sei mesi fa ho rinnovato la scommessa accorciando naturalmente il termine a quindici anni. Oggi è assai probabile che gli avvenimenti in corso spingano la Gran Bretagna ad accorciare ulteriormente il tempo del rientro.